campanellino

venerdì 27 marzo 2015

Tomas Tranströmer - Solitudine





Solitudine
I
Qui fui sul punto di morire una sera di febbraio.
La macchina scivolò sul ghiaccio e finì
nella corsia opposta. Le auto che sopraggiungevano,
i loro fari si avvicinarono.

Il mio nome, le ragazze, il lavoro
lontanissimi si sciolsero e rimase
soltanto il silenzio. Ero anonimo
come un ragazzo nel cortile della scuola circondato da nemici.

Il traffico mi veniva incontro con luci enormi.
Mi illuminarono mentre cercavo di sterzare
in un trasparente terrore che montava come albume.
I secondi si dilatarono – vi si trovava spazio –
divennero grandi come edifici di ospedale.

Quasi si poteva sostarvi
e respirare un attimo
prima di essere travolti.

Allora si presentò un appiglio: un caritatevole granello di sabbia
o una meravigliosa raffica di vento. La macchina si staccò
e attraversò obliqua la strada.
Un palo spuntò e si spezzò – un rumore secco –
e volò via per le tenebre.

Finché fu il silenzio. Rimasi seduto al volante.
Poi vidi qualcuno arrivare attraverso il nevischio
a vedere cosa mi era successo.

II
Ho vagato a lungo
per i campi gelati dello Östgötaland.
Nessun uomo in vista.

In altre parti del mondo
si nasce, si vive e si muore
in un costante accalcarsi.

Essere sempre visibili –
vivere in uno sciame di occhi –
deve dare al viso un’espressione speciale,
volti coperti di argilla.

Il brusìo aumenta e diminuisce
mentre si dividono tra loro
cielo, ombre e granelli di sabbia.

Io devo stare solo
dieci minuti la mattina
e dieci minuti la sera.
– Senza alcun programma.

Tutti fanno la fila da tutti.
Molti.
Uno. 

Tomas Tranströmer

(traduzione di Maria Cristina Lombardi



The Highlands

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